Alghero, quando lo sparo diventa un gioco: il limite sottile tra “bravata” e violenza
Adolescenti con la scacciacani in pieno centro: l'episodio di via Matteotti riapre il dibattito sull'emergenza educativa tra i giovanissimi.
È sabato, sono le 13.45. Un pomeriggio tranquillo in via Matteotti, ad Alghero. Una ragazza di 27 anni passeggia lungo la via. Davanti a lei, seduti su un muretto, tre adolescenti di circa 17 anni. Ridacchiano, passano il tempo, come si fa a quell’età. Ma uno di loro, tra le mani ha una pistola. La ragazza passa davanti a loro, inconsapevole. Uno di loro, quello che ha l’oggetto in mano, le dice: “Sai se una pistola con un tappino rosso sia vera o no?” Lei sente, ma non risponde. Non ha una risposta certa. Non l’aveva neanche vista, quella pistola. Un lampo di paura la invade, ma non si ferma. Sceglie di ignorarli, e continua a camminare.
Pochi secondi dopo, lo sparo. Secco. Forte. Netto. Riecheggia nella via. Un gruppo di altri tre ragazzi più piccoli sta risalendo la via. Ha visto tutto, e sentito lo sparo. Uno di loro corre via, spaventato. Uno sparo è uno sparo, non puoi sapere se sia una pistola a salve, una scacciacani o una vera. La ragazza aumenta il passo, prende un’altra via e si allontana. I tre ragazzi con la pistola, ridono.
Questo è quanto successo ad Alghero, in via Matteotti, sabato 14 marzo, alle 13.45. Dopo pochi minuti c’è stato l’intervento dei Carabinieri, allertati da degli amici della ragazza, messi al corrente. Ma quando sono arrivati sul posto, dei tre ragazzi non c’era più traccia.
Al di là della natura dell’arma, resta un fatto: in pieno giorno, in una via centrale della città, una ragazza si è trovata davanti tre adolescenti, una pistola in mano a uno di loro e uno sparo esploso a pochi metri di distanza. E questo basta. E questo, da solo, basta. Il punto non è solo cosa sia stato sparato. Il punto è che qualcuno ha pensato fosse normale farlo.
E forse è proprio qui che bisogna fermarsi a riflettere: quando la paura entra nella normalità di un sabato pomeriggio, quando una passante accelera il passo per istinto, quando dei ragazzini scappano sentendo un colpo e chi lo ha esploso ride, allora il problema non è più soltanto di ordine pubblico.
È anche educativo, sociale, culturale.
Perché una città comincia a cambiare davvero quando certe scene smettono di sembrare eccezioni e iniziano ad assomigliare a un’abitudine. E questo, ad Alghero, non possiamo permettercelo.
















