Stefano Nazzi porta “Indagini Live” ad Alghero: il giornalismo diventa racconto dal vivo

Un palco essenziale, una voce, una storia. Nient'altro. Eppure basta questo per tenere il pubblico in religioso e devoto silenzio per oltre un'ora e mezza, pronto ad ascoltare ogni singola parola.

All’Anfiteatro Maria Pia, nell’ambito dell’Alguer Summer Festival — la rassegna che anima l’estate algherese grazie alla collaborazione tra Comune di Alghero, Fondazione Alghero, Shining Production e Roble Factory — Stefano Nazzi ha portato in scena Indagini Live, lo spettacolo che trasforma il giornalismo d’inchiesta in narrazione teatrale. Sul palco, insieme a lui, la squadra che firma la regia dello show e tre attori che completano il team. Ad aprire la serata, l’ormai iconica intro del podcast “Indagini”, che anticipa l’ingresso in scena del giornalista.

Il racconto della serata accompagna gli spettatori dentro una delle pagine più dolorose della cronaca italiana: il sequestro e l’uccisione di Cristina Mazzotti.

Ventisette giorni in una buca

Cristina Mazzotti aveva diciotto anni quando, il 30 giugno 1975, fu rapita nei pressi di Eupilio, in provincia di Como, mentre stava rientrando a casa insieme al fidanzato e a un’amica. È il primo caso in Italia di una giovane sequestrata esclusivamente per ottenere un riscatto economico.

Da quel momento iniziano ventisette giorni di prigionia in condizioni disumane: Cristina viene rinchiusa in una buca di cemento, profonda meno di un metro e mezzo, larga circa 1 metro e sessantacinque e lunga circa due metri, all’interno di una cascina in campagna. I sequestratori chiedono cinque miliardi di lire. La famiglia, dopo 4 settimane di prigionia, con l’aiuto di familiari, amici e altri imprenditori, riesce a consegnarne un miliardo e cinquanta milioni: ma il riscatto non basterà a salvare la vita della giovane.

Il suo corpo verrà ritrovato senza vita, nel luglio del 1975, in una discarica di Galliate, in provincia di Novara. Una parte dei responsabili sarà identificata e arrestata, mentre la quasi totalità del denaro del riscatto non verrà mai recuperata.

Nazzi inserisce la vicenda in una cornice più ampia, quella della “stagione dei sequestri” che ha segnato l’Italia tra il 1969 e il 1998: 694 persone rapite in trent’anni — 564 uomini, 130 donne e 30 bambini — in un’epoca in cui il sequestro di persona era un reato particolarmente diffuso perché redditizio e a basso rischio, con la ‘ndrangheta e l’Anonima sarda come principali protagoniste.

Il rigore del cronista, sul palco

È una vicenda dura, che Nazzi affronta esattamente come ha abituato il suo pubblico attraverso podcast, libri e programmi televisivi: senza spettacolarizzare il dolore.

Il suo racconto procede con il rigore del cronista. Non cerca colpi di scena, non indulge nella retorica, non formula giudizi morali sui protagonisti della vicenda. Mette semplicemente in fila i fatti, seguendo il filo delle indagini, delle testimonianze e degli atti processuali, ricostruendo ogni passaggio con precisione e metodo.

È proprio questo approccio a rendere il racconto così coinvolgente. La tensione non nasce da effetti teatrali, ma dalla forza della cronaca e dalla capacità di restituire il contesto storico, sociale e criminale in cui maturò uno dei sequestri più emblematici dell’Italia degli anni Settanta. Dietro la narrazione emerge un lungo lavoro di ricerca: ogni dettaglio trova posto all’interno di una ricostruzione ordinata, accurata e documentata, che restituisce complessità senza mai risultare dispersiva.

A colpire è anche la naturalezza con cui Nazzi sostiene oltre novanta minuti di racconto continuo. La sua è una narrazione misurata, scandita da pause e cambi di ritmo che accompagnano il pubblico senza mai perdere intensità.

La scenografia segue la stessa filosofia. È essenziale, priva di elementi superflui, ma costruita con attenzione: luci e immagini proiettate sul palco accompagnano il racconto senza invaderlo, contribuendo a creare un’atmosfera che sostiene la narrazione anziché sostituirla. Una regia semplice, ma efficace, che lascia sempre al centro la forza della parola.

Più che uno spettacolo, un’immersione nella storia

Più che uno spettacolo teatrale, Indagini Live è un’esperienza di giornalismo dal vivo. Un modo diverso di raccontare la cronaca, che dimostra come il rigore dell’informazione possa diventare anche uno strumento capace di coinvolgere, emozionare e far riflettere, senza mai rinunciare alla precisione dei fatti.

Ed è forse questa la cifra più riconoscibile del lavoro di Stefano Nazzi: ricordare che, anche quando si raccontano le vicende più tragiche, il giornalismo può conservare la propria sobrietà. La potenza, sta nella storia stessa.

Perché, a volte, sono i fatti stessi a possedere tutta la forza narrativa di cui c’è bisogno.

C.S., 29 Luglio 2026