L’arte tessile incontra la natura morta pop: a Sa Mandra la personale di Pietrina Atzori

Inaugura il 4 agosto “DigitalMenu”, la mostra curata da Stefano Resmini per il contenitore Nàrami che esplora il cibo come medium antropologico

Martedì 4 agosto alle ore 19.00, a Sa Mandra, il contenitore culturale Nàrami inaugura DigitalMenu, personale di Pietrina Atzori a cura di Stefano Resmini. La mostra sarà visitabile negli spazi espositivi di Sa Mandra fino al 30 settembre 2026. Pietrina Atzori, fiber artist, nasce, vive e lavora a San Sperate, borgo contadino e paese-museo. Usa il filo per dare corpo a installazioni e performance che si ramificano e invadono gli spazi urbani, popolano gallerie e musei, si annidano in collezioni pubbliche e private. Annoda concetti, assembla visioni, ricama pensieri, tesse connessioni: manipola fibre naturali e artificiali, tessuti recuperati ma anche nuovi, per costruire sculture e opere plastiche che raccontano il contemporaneo. Crede nel valore antropologico dell’arte e, grazie a uno sguardo inedito e geniale, restituisce la più banale quotidianità ammantata di un’insolita originalità personale.

Le installazioni di DigitalMenu sono tattili nature morte, conturbanti approdi che emergono come reperti materici da una storia dell’arte millenaria. Il cibo entra nella figurazione artistica sin dall’antico Egitto, attraversa la Grecia classica e la Roma imperiale, abbellisce tombe e decora le pareti delle ville pompeiane, per giungere fino a noi tra alterne fortune e contaminazioni. È alla fine del Cinquecento che pittrici come Sofonisba Anguissola, Lavinia Fontana, Barbara Longhi e soprattutto Fede Galizia osservano “le cose di natura” e danno vita alle prime still life come genere autonomo, aprendo la strada a Caravaggio, ai Carracci, ai fratelli Campi, ai grandi fiamminghi. Da allora, scuole e correnti diverse attraversano i secoli, contaminando stili, movimenti e avanguardie, fino ai giorni nostri.

In DigitalMenu, il cibo non è più solo un ingrediente di questo genere antico e moderno: diventa emblema di un bisogno primario, capace di determinare lo stile di vita e le condizioni esistenziali di una persona, di una classe sociale, di un popolo. Pietrina Atzori cerca il futuro in un passato fatto di abitudini consolidate, restituendoci un presente omologato e massificato. Attraverso un semplice QR code decodifica l’ovvietà del cibarsi quotidiano: l’uovo ben confezionato e pronto all’uso, il rosso e invitante Ode al salame, il Formaggio a fette, lo Zucchero vestito, le Minne di Virgini, sas sebadas de oro, le Mozzarelline di bufala, le morbide Farfalle gialle.

Le nature morte di Pietrina Atzori sono pop, e rimandano alle still life di Claes Oldenburg: nella loro riproduzione perfetta possono sembrare banali, e viene spontaneo l’impulso di prenderle e sistemarle in dispensa, in frigorifero o sul tavolo, pronte per essere sbocconcellate o divorate senza pensarci. Ma il cibo di Pietrina Atzori non è solo bellezza tattile, plasticità definita e nudità precisa: è un medium antropologico che viaggia, si insinua nella mente di ogni essere umano, solletica i bisogni primari e ne definisce l’identità. Perché il cibo, più di ogni altra cosa, è fame, povertà, ricchezza, lussuria, casa, fatica, lavoro, festa, moda, convivialità. Il cibo è mio, è tuo, è di tutti — anche di chi non ce l’ha. Perché il cibo è vita, e la storia dell’arte lo sa.

30 Luglio 2026