Tutta la libertà che vorrei

Il collettivo dei giovani architetti SardArch, a Cagliari, lancia un grido di allarme: La Sardegna si spopola. Ma a ben vedere, alla base del fenomeno ci sono ragioni precise...

l_aereo-tramonto

Fra i tanti, che hanno contribuito a plasmare la persona che sono, riconosco spesso la figura del nonno paterno. E se oggi, rispondo con immediato senso di insofferenza e ribellione, a qualsiasi limitazione di libertà, lo devo anche e soprattutto a lui. Se in alcuni momenti, ho trovato il coraggio di liberarmi da qualcosa che mi opprimeva e che vivevo come una insopportabile prigionia, è perché ho ascoltato centinaia di volte la sua avventura in terra d’Africa. Da bambino, non perdevo occasione per farmela raccontare. Fino allo sfinimento. Fino a farla diventare parte di me.

Una storia, la sua, che risale al periodo dell’Impero Coloniale Italico. O presunto tale. Era il periodo, insomma, in cui si cantava “Faccetta nera”. Gli anni in cui gli Italiani, tra le altre cose, stavano modernizzando Asmara e Massaua, in Eritrea. E si costruiva di tutto. Strade, ferrovie, porti, case. C’era tanto lavoro; almeno per chi aveva il coraggio di andare fino lì. E mio nonno, ce l’aveva. Si era spinto fin laggiù, per lavorare; non per combattere. Per camparci la famiglia e far studiare i figli. Poi, invece, le cose precipitarono. Cominciò la guerriglia; le rappresaglie contro le imprese italiane. E fu proprio in una di queste azioni, che fu catturato e rinchiuso in un campo di prigionia; insieme ad altri connazionali.

La famiglia era lontana, l’esercito Italiano debole. Se voleva salvarsi, poteva fare affidamento solo sulle sue forze. Ma non si diede per vinto e giorno dopo giorno, cercò di capire come poter fuggire e mettersi in salvo. La prima volta ci provarono in tre. Furono presi quando ancora erano appesi alle reti di protezione. Trascinati giù, li massacrarono di botte. La seconda volta, gli altri non lo seguirono. Andò via da solo e fu la libertà. Perse tutto quello che aveva costruito in quegli anni di lavoro, ma non la dignità. Tornò dalla sua famiglia, stracciato e povero; ma vivo e libero.

Vivo e libero, così come ogni uomo si vorrebbe. Così come ogni uomo dovrebbe essere. Libero di decidere, pensare, esprimersi. Libero di agire senza alcuna coercizione. Ed è su questo ultimo punto che il mio livello di insofferenza comincia a salire oltre il livello di guardia. La storia di mio nonno, infatti, dopo avermi segnato l’anima, oggi, continua a vivermi dentro, guidando il sentimento verso questo genere di eventi. E così, quando scrivo dei nostri figli di Sardegna, che per sopravvivere “devono” lasciare la loro terra, penso che in quel partire non ci sia la libertà di andare, ma soltanto “costrizione”. E accettarlo, mi viene difficile.

Il dato di fatto su cui riflettere, ci viene offerto dall’osservazione della realtà Isolana. A parte qualche rara eccezione, la nostra isola si spopola e si spegne; anno dopo anno. Ma non per la voglia della gente di fare esperienze altrove, ma piuttosto, perché sono costretti a scappare. Per sopravvivenza. In alcuni comuni, quelli fra i più piccoli, non solo non c’è lavoro, ma non ci sono nemmeno le scuole; spesso manca la guardia medica; a volte la farmacia, l’ambulanza; non ci sono strade agevoli per andare e venire dal paese; non ci sono servizi pubblici adeguati; mancano gli uffici postali e persino le stazioni di polizia.

Mancano, in poche parole, i servizi essenziali alla sopravvivenza civile. E in questi paesi, così come in gran parte della Sardegna, non vedo uomini liberi di agire sulla base dei loro desideri, o della migliore opportunità. Osservo, piuttosto, persone che a malincuore, “devono” abbandonare casa e famiglia d’origine. Con un problema aggiuntivo. Perché anche chi rimane, non lo fa per libera scelta. Caso mai, invece, per problemi di età e di reale sussistenza economica. Si ritrovano così, a trascinarsi, soli e immalinconiti, per le piccole strade dei loro paesi fantasma. In un mondo che gli ha voltato le spalle e non capiscono più.

Ed in effetti, viene difficile comprendere come mai, in una regione a prevalente economia agro pastorale, la politica non abbia saputo riconoscere e valorizzare l’importanza strategica delle zone rurali. E pur tenendo presente che la comprensione della realtà, della nostra classe politica, è pari a quella di un Giapponese in Italia da due giorni, viene comunque difficile capire il senso di certe scelte. Sembra incredibile che nessuno senta la necessità urgente di fare qualcosa per invertire questa situazione. Per spezzare la catena dell’isolamento. Quello che genera arretratezza; favorisce la miseria e ci toglie la libertà.

Quella libertà che, invece, vorrei poter lasciare ai nostri figli. La libertà di poter scegliere e decidere della loro vita. Di partire per conoscere il mondo e non per scappare dalla miseria. Di studiare e lavorare fuori dalla Sardegna per cogliere un’opportunità e non per sfuggire ad un destino segnato. Di andare sapendo che i propri cari rimarranno a casa per libera scelta; in un paese vivo. In una comunità che saprà prendersene cura. Dove ogni uomo potrà essere libero. Libero per davvero. Nella propria terra e fra la gente che ama.

Antonello Bombagi, 9 gennaio 2017