Parco di Porto Conte, l’allarme di Punta Giglio Libera: «La tutela non può dipendere dai turisti»
Analisi del bilancio 2026-2028: l'associazione denuncia una carenza di fondi ordinari e l'assenza del Piano del Parco. «Sostenibilità a rischio se legata solo a bandi e biglietti».
Qual è il vero volto del Parco di Porto Conte? Un’oasi di conservazione ambientale o un’azienda orientata al marketing territoriale? È l’interrogativo che solleva l’associazione Punta Giglio Libera dopo un’attenta analisi del bilancio previsionale 2026-2028 e dei documenti di programmazione dell’Azienda Speciale. Una riflessione che, pur partendo dai numeri, investe direttamente il modello di gestione di uno dei patrimoni naturali più preziosi della Sardegna.
Dall’esame contabile emerge una situazione formalmente equilibrata: nessun indebitamento e pareggio finanziario garantito. Tuttavia, l’associazione evidenzia un’insidia strutturale: le risorse pubbliche ordinarie destinate alla gestione del Parco sono considerate insufficienti.
Per far quadrare i conti, l’ente è costretto a una “corsa” continua verso contributi straordinari, partecipazione a bandi europei e, soprattutto, entrate derivanti dalla fruizione turistica. «La tutela della biodiversità – avverte l’associazione – non dovrebbe dipendere principalmente dalla capacità di generare entrate o attrarre visitatori». Il rischio paventato è lo scivolamento verso un modello in cui la conservazione diventa subordinata alla valorizzazione economica.
Un punto centrale della critica riguarda il “grande assente”: il Piano del Parco. Si tratta dello strumento normativo che dovrebbe definire le regole di tutela e gli indirizzi strategici. Senza di esso, denuncia Punta Giglio Libera, le scelte dell’ente finiscono per emergere in modo indiretto dai progetti finanziati, privando il territorio di una visione chiara e condivisa.
«Senza il Piano, la missione primaria della conservazione rischia di sbiadire di fronte alle dinamiche dei progetti di valorizzazione turistica», si legge nella nota. Un confronto che l’associazione estende ad altre realtà sarde: se l’Asinara resta ancorata alla conservazione e Molentargius alla tutela delle zone umide, Porto Conte sembra proiettato sempre più verso i servizi per il visitatore, i musei e la mobilità turistica.
L’evoluzione del Parco in chiave turistica non è bocciata a priori, ma l’associazione chiede un cambio di passo istituzionale. L’appello è rivolto a Regione e istituzioni nazionali affinché garantiscano risorse stabili e adeguate. L’obiettivo è evitare che la protezione di ecosistemi unici diventi ostaggio di finanziamenti temporanei o dei flussi stagionali.
«Proteggere Porto Conte – conclude l’associazione – significa trasmettere alle generazioni future un bene collettivo che appartiene a tutti». La sfida lanciata alla comunità e alla politica è ora quella di un confronto pubblico che riporti al centro la legge quadro sulle aree protette del 1991: il turismo è un valore, ma solo se compatibile con la conservazione della natura.
















