Mannarino ad Alghero: un live da ricordare

Un pubblico caloroso e partecipe accompagna il cantautore romano all'Alguer Summer Festival: quasi due ore di concerto tra i classici di sempre e le evoluzioni sonore del suo viaggio musicale

L’11 agosto ad Alghero faceva molto caldo, ma evidentemente non abbastanza da convincere il pubblico dell’Anfiteatro Ivan Graziani a risparmiare energie. Perché il concerto di Mannarino, sul palco dell’Alguer Summer Festival, è stato soprattutto questo: quasi due ore di musica suonata, cantata e ballata, con un pubblico partecipe dall’inizio alla fine.

Mannarino arrives ad Alghero in gran forma e con una band che merita più di una semplice nota a margine. Alessandro Chimienti, Matteo Pezzolet, Cesare Petulicchio, Francesco Santalucia, Simona Sciacca e Lavinia Mancusi sono musicisti versatili, spesso polistrumentisti, capaci di cambiare continuamente il colore delle canzoni. La direzione musicale, curata dallo stesso Mannarino insieme a Francesco Fugazza, costruisce uno spettacolo nel quale percussioni, chitarre, tastiere, cori, campionamenti e strumenti della tradizione si incastrano senza mai sovraccaricare i brani. E si capisce subito una cosa: questa band suona davvero bene.

Il viaggio musicale attraversa la carriera del cantautore e musicista romano: Primo amore, Cantarè, Bar della Rabbia, Statte Zitta, Scetate Vajo’, Tevere Grand Hotel. E quando parte Me So ’Mbriacato, Mannarino potrebbe probabilmente smettere di cantare: ci pensa l’intero Anfiteatro. È proprio ascoltando insieme canzoni vecchie e nuove che emerge quanto negli anni Mannarino sia riuscito a costruire un linguaggio tutto suo, quanto si sia allargata negli anni la geografia musicale di Mannarino.

All’inizio c’era soprattutto Roma. Quella popolare, notturna, un po’ sgangherata di Bar della Rabbia, degli stornelli, delle osterie, degli amori complicati e dei personaggi che sembravano usciti da qualche vicolo di Trastevere per finire dentro una canzone. Poi Mannarino ha cominciato a viaggiare, e insieme a lui hanno viaggiato le sue canzoni. Sono arrivati il Brasile, l’Africa, il Sudamerica, le percussioni, il dub, il reggae, l’elettronica, strumenti e ritmi incontrati dall’altra parte del mondo. Primo Amore è anche il risultato di questo percorso: un disco nato dopo anni nei quali Mannarino ha viaggiato molto, lasciando che luoghi e incontri entrassero nel suo modo di scrivere e soprattutto di costruire il suono.

La cosa interessante è che, nel frattempo, Roma non è sparita affatto. È rimasta lì, dentro la lingua, nell’ironia, nel modo di raccontare gli ultimi e gli irregolari, in quella capacità tutta sua di passare dalla malinconia alla festa nel giro di poche battute. Ed è forse questa la caratteristica più riconoscibile del Mannarino di oggi: essere diventato musicalmente molto più grande del luogo dal quale è partito senza perdere le proprie radici. Ad Alghero lo si sente particolarmente bene. Nella stessa serata puoi passare da una canzone che sembra arrivare da un’osteria romana a un ritmo che potrebbe essere nato dall’altra parte dell’Atlantico, e nessuna delle due cose sembra fuori posto.

Dal vivo tutto questo acquista una dimensione ancora più fisica: Mannarino canta, scherza, dirige, lascia spazio ai musicisti e poi torna al centro della scena. Continua a muoversi continuamente, in un concerto molto fisico. C’è la musica, ma c’è anche il richiamo al momento storico che viviamo, come quando il cantante arriva sul palco con una grande bandiera della Palestina, fatta sventolare tra gli applausi del pubblico.

La band cambia strumenti e registri, le percussioni spingono, i cori allargano le canzoni. Sul palco sono in sette, ma spesso sembrano molti di più: non per quantità di suono, ma per quantità di cose che succedono dentro ogni canzone. E il pubblico risponde, nonostante il caldo. Si canta, si balla, si salta dall’inizio alla fine. Generazioni diverse, insieme, sulle stesse canzoni.

Ed è forse il dato più interessante della serata. Mannarino, anche a distanza di anni dai primi dischi, non sembra impegnato a celebrare il proprio repertorio, ma continua a farlo evolvere. E con una band così, le vecchie canzoni non sembrano semplicemente dei successi da inserire obbligatoriamente in scaletta. Sembrano ancora vive. Ad Alghero, decisamente, lo erano, per una grande serata che ha infiammato il cuore dell’estate.

Claudio Simbula, 18 Agosto 2026