Subsonica a Cabras: Terre Rare 1996/2026, uno spettacolo rarissimo
Trent’anni di rock ed elettronica accendono lo Stagno di Cabras per il Festival Dromos: una celebrazione senza nostalgia di una band che continua a raccontare il presente
Nel 1996 a Cabras c’erano già i fenicotteri, lo stagno e naturalmente i Giganti di Mont’e Prama, anche se questi ultimi aspettavano pazientemente che qualcuno capisse davvero quanto fossero importanti. A Torino, intanto, cinque ragazzi cominciavano a fare una cosa abbastanza strana: prendevano il rock, lo infilavano dentro l’elettronica, aggiungevano bassi, sintetizzatori, drum machine, chitarre e parole che raccontavano città, persone, tecnologia, politica, relazioni. Si chiamavano Subsonica.
Trent’anni dopo le due storie, per una sera, si sono incontrate. Domenica 16 agosto, alla Stagno Arena di Cabras, davanti a circa cinquemila persone, i Subsonica hanno portato il tour Terre Rare 1996/2026 nell’ultimo appuntamento del festival Dromos. E se qualcuno è arrivato pensando di assistere alla celebrazione un po’ nostalgica di una gloriosa band degli anni Novanta, sono bastati pochi minuti per correggere l’equivoco. La band torinese è arrivata a Cabras per festeggiare trent’anni di musica riuscendo nell’impresa, non così scontata, di non sembrare affatto una band intenta a guardarsi alle spalle. Perché Terre Rare 1996/2026 celebra sì i trent’anni dei Subsonica, ma soprattutto racconta perché questa band, trent’anni dopo, abbia ancora qualcosa da dire, e il nuovo lavoro omonimo lo certifica, perché è davvero molto bello.
Sul palco ci sono sempre loro: Samuel, Max Casacci, Boosta, Ninja e Vicio, e già questo, nel 2026, è un piccolo fatto politico. Cinque persone che dopo trent’anni riescono ancora a stare insieme, mentre intorno si sciolgono governi, matrimoni, partiti, aziende, amicizie e gruppi WhatsApp. Ma soprattutto riescono ancora a suonare insieme, e suonano alla grande.
Il viaggio attraversa inevitabilmente tutta la loro storia. «Benvenuti nel 1996», grida Samuel. Arrivano Istantanee, Onde quadre, Liberi tutti. Arriva quella meravigliosa macchina del tempo che è Aurora sogna. Poi Nuova ossessione, Nuvole rapide, Veleno, Discolabirinto, insieme ai nuovi pezzi: Radio Mogadiscio, la potente Ghibli, Transumanesimo. E ancora Tutti i miei sbagli, fino alla bellissima chiusura con Strade e Preso blu. Canzoni che appartengono a epoche diverse e che, messe una accanto all’altra, fanno capire una cosa: quanto siano stati importanti i Subsonica per la musica italiana degli ultimi trent’anni. Forse ce ne siamo persino dimenticati.
Quando arrivarono negli anni Novanta, il confine tra rock italiano, elettronica e cultura dei club sembrava molto più rigido di oggi. Loro cominciarono a prenderlo a calci. Non furono gli unici, naturalmente: in quegli anni c’erano anche i Bluvertigo e una scena italiana (Casino Royale, Delta V, Ustmamò, La Crus, il grande esperimento dei CSI e altri) attraversata finalmente dal desiderio di contaminare linguaggi che fino a poco prima sembravano destinati a frequentare locali diversi. Ma i Subsonica trovarono una formula tutta loro. Chitarre ed elettronica. Batteria e sequencer. Distorsioni e sintetizzatori. Rock, techno, pop, dub. Il tutto senza sembrare la somma artificiale di generi differenti: era semplicemente musica dei Subsonica.
Ma c’è un altro elemento che il concerto di Cabras restituisce con chiarezza. I Subsonica non hanno mai considerato il testo un accessorio necessario da sistemare da qualche parte tra un basso e una cassa dritta. Dentro le loro canzoni sono passati la città, il lavoro, la precarietà, il consumo, la tecnologia, l’alienazione, la libertà, le dipendenze, il potere, le trasformazioni sociali. E continuano a passarci.
Anche Terre Rare nasce da questa esigenza: osservare il presente senza trasformare una canzone in un editoriale. Raccontare un mondo sempre più tecnologico e apparentemente connesso, ma nel quale spesso sembriamo diventati bravissimi a comunicare e molto meno capaci di comprenderci.
Così durante il concerto succede una cosa curiosa. Balli, salti, e contemporaneamente qualche frase ti rimane in testa. Samuel attraversa il palco con la solita fisicità. Casacci costruisce muri e dettagli sonori. Boosta sembra abitare contemporaneamente tastiere, sintetizzatori e un piccolo centro di controllo spaziale. Dietro, Ninja e Vicio tengono insieme quella macchina ritmica che da trent’anni permette ai Subsonica di fare una cosa complicatissima: far ballare il rock e far sudare l’elettronica.
Cabras risponde: rispondono quelli che nel 1999 ascoltavano Microchip emozionale su un CD masterizzato. Rispondono quelli che allora probabilmente andavano alle elementari. E rispondono ragazzi che nel 1999 non erano nemmeno un progetto dei loro genitori. Anche questo significa durare: non semplicemente continuare a esistere, ma riuscire a passare qualcosa da una generazione all’altra senza trasformarsi nella cover band di sé stessi.
Poi, tra un pezzo e l’altro, la musica lascia spazio alle parole. E si capisce che trent’anni non hanno addomesticato troppo i Subsonica. Arriva il riferimento al genocidio di Gaza e del popolo palestinese, davanti al quale – dicono dal palco – ci sentiamo tutti «terribilmente impotenti». Arriva la preoccupazione per il periodo storico che stiamo attraversando e per quell’onda nera che sta attraversando l’Europa e non soltanto l’Europa. Max Casacci ricorda quanto sia importante difendere e tenerci strette le democrazie. Non perché siano perfette, ma perché restano lo strumento attraverso il quale ricostruire il diritto internazionale, in un tempo in cui l’idea che ogni Paese possa decidere autonomamente quando e dove iniziare una guerra sta tornando pericolosamente pensabile. E poi arriva il ricordo di Michela Murgia, che per alcuni anni ha condiviso con loro Torino. Quanto ci manca l’acutezza di Michela, maledizione.
Sono interventi che non sembrano appiccicati al concerto per dovere di militanza. Stanno dentro la storia dei Subsonica perché quella storia è sempre stata anche questo: guardarsi attorno. Cercare di capire cosa sta succedendo fuori dalla sala prove.
Poi si torna alla musica. E verso la fine arriva inevitabilmente quella sensazione che accompagna i concerti riusciti: possibile siano già passate quasi due ore? Possibile. Fuori rimane Cabras, bellissima nella notte d’agosto. Rimane lo stagno, rimangono cinquemila persone che lentamente ricominciano a essere individui, dopo essere state per un paio d’ore un unico organismo piuttosto rumoroso. Grazie, Dromos Festival, per la bellissima serata.
A proposito, rimane una considerazione. Trent’anni sono tanti. Nel 1996 internet era quasi un animale esotico, i telefoni servivano soprattutto a telefonare e per ascoltare musica bisognava possederla fisicamente. Da allora è cambiato praticamente tutto. I Subsonica sono cambiati insieme a quel mondo, spesso provando a raccontarlo mentre cambiava. Trent’anni fa cinque ragazzi torinesi mescolarono rock, elettronica e canzone italiana quando quella miscela sembrava ancora qualcosa di strano. Domenica 16 agosto, davanti allo stagno di Cabras e a cinquemila persone che ballavano, quella stranezza è sembrata perfettamente normale.
Ed è proprio questo il punto: quando un’innovazione diventa normale, spesso ci dimentichiamo di chi ha contribuito a renderla possibile. Ogni tanto, invece, bisognerebbe ricordare quanto siano stati importanti i Subsonica nella musica italiana. Quanto abbiano contato le loro cinque individualità, così diverse e così splendidamente amalgamate. E quanto, soprattutto, non siano soltanto un pezzo importante della storia musicale degli ultimi trent’anni. Sono ancora una grande, bellissima realtà del presente. Da vivere fino all’ultimo respiro, battito, beat.
















