Sindaci, Ministri, Pubblici Amministratori e rispetto delle leggi

L'opinione di Vittorio GUILLOT

La recente polemica suscitata dal fatto che alcuni sindaci, tra cui quello di Alghero, abbiano deciso di sfidare la legge dichiarando di non voler applicare il Decreto Sicurezza e le invasioni di campo effettuate da alcuni ministri in materie che non rientravano nelle loro competenze, mi ha portato a fare alcune considerazioni.

Innanzi tutto un sindaco che, oltre ad essere capo della amministrazione cittadina, è anche organo del governo, ed un ministro, nel momento in cui sono incardinati nelle loro funzioni, diventano Organi Pubblici, del Comune o dello Stato. Quindi devono rappresentare e tutelare gli interessi pubblici di TUTTI i cittadini del comune o dello stato, anche di quelli che non li hanno votati ma che contribuiscono, con le tasse, a pagargli persino lo stipendio. E’ anche ovvio che sia il sindaco che il ministro debbano agire solo ed esclusivamente nei limiti delle loro competenze e del loro mandato, rispettando, applicando e facendo applicare le leggi e le norme che il popolo si è dato, sia a livello comunale che statale, direttamente od indirettamente, tramite i rappresentanti regolarmente eletti. Se il sindaco od il ministro si comportano diversamente, compiono una grave illegalità e, se fossi un dirigente od impiegato comunale, per non incorrere in responsabilità persino penali che non mi competerebbero, farei molta attenzione nel seguire le ubbie di chi guida la pubblica amministrazione.

In ogni modo, se non rispettano i limiti del suo mandato e quelle norme e leggi, il sindaco od il ministro si comporta da nemico del popolo e della democrazia anche se, a parole ed ipocritamente, se ne dichiara paladino e, magari, milita in un partito che si definisce ‘popolare’, ‘populista’ o ‘democratico’. Infatti è evidente che, tenendo un comportamento anti istituzionale, mostrerebbe uno scarsissimo senso dello stato e delle istituzioni democratiche. Naturalmente, se l’applicazione di una legge, voluta dal popolo, gli dovesse suscitare dei problemi di coscienza, deve senza dubbio essere lasciato libero di dimettersi dal suo incarico. Il capo di un partito, cioè un privato cittadino, invece, non è organo pubblico, dato che i partiti politici non sono pubbliche istituzioni. Perciò, a mio avviso, può, e forse deve, cercare la popolarità per racimolare consensi. Di conseguenza, sempre nei limiti della legalità repubblicana, può liberamente esprimere tutte le opinioni possibili ed immaginabili, anche le più sballate. Date le diverse caratteristiche e funzioni del capo popolo, o capo partito che dir si voglia, e quelle di un sindaco o di un ministro, al fine di evitare brutte confusioni dei ruoli, ben vedrei la incompatibilità tra queste diverse cariche.

Sono anche dell’opinione che i cittadini, in un sistema democratico, debbano eleggere i loro rappresentanti negli organi legislativi, statali, regionali o comunali, scegliendo liberamente quelli che ritengono più capaci e preparati a svolgere i compiti del loro mandato. Questi rappresentanti, secondo me, dovrebbero essere chiamati a rispondere di fronte alla pubblica opinione del modo in cui hanno assolto gli impegni presi e dei risultati concreti che hanno ottenuto. Sono decisamente contrario, però, alla così detta ‘democrazia diretta’, anche a quella che qualcuno vorrebbe realizzare tramite l’Web ma, che, alla prova dei fatti, si è dimostrata impraticabile. Personalmente considero con grande perplessità persino l’istituto del referendum, tanto che lo riserverei a pochissimi casi di generale e chiaro valore politico. Infatti con esso si affida il potere di abrogare una legge, o, come si vorrebbe, di approvarne una nuova, ad una massa complessivamente disinformata, che non può conoscere adeguatamente le materie su cui si pronuncia e che è emotivamente manipolabile. Il fatto che molto spesso anche coloro che fanno le leggi siano degli incapaci, mi indurrebbe a migliorare i meccanismi della loro selezione ma non ad affidare il potere legislativo alla masse che, nella impossibilità di poter esaminare in tutte le loro sfaccettature i problemi e le loro soluzioni, non è nelle condizioni di operare coscientemente nel modo più opportuno per tutto un popolo e per le future generazioni.

Certo è compito del Parlamento e di tutti gli organismi elettivi, come i consigli regionali e comunali, stabilire gli obbiettivi politici per i vari livelli di pubblici interessi ed emanare le conseguenti leggi, decreti e delibere. Farei, però, una netta distinzione tra competenze politiche e tecniche. Infatti spetta ai tecnici ed ai pubblici dipendenti, dai livelli più alti a quelli più modesti, agire ed applicare fedelmente quelle norme, senza distorcerne o ometterne l’esecuzione per vantaggio proprio o dei loro possibili ‘sponsor’ e senza le interferenze del politicante di turno . In altre parole, l’autorità del ‘tecnico’, sia egli il direttore generale dell’Istituto Superiore della Sanità, dell’I.N.P.S. o il dipendente di qualsiasi ufficio pubblico, compresi quelli comunali, deve essere fondata sulle sue capacità professionali. Di conseguenza non solo non deve ‘vincere le elezioni’, ma non deve neppure candidarsi. In pratica le sue competenze devono basarsi sulla conoscenza di quanto è necessario per la pratica applicazione di una determinata scienza o professione e deve impiegare questa sua professionalità per raggiungere i risultati stabiliti da leggi, delibere e norme varie. E’ ovvio che in questo quadro io consideri assolutamente dannoso per la comunità il falso egualitarismo dell’ “uno vale” uno , che umilia i meriti e le capacità professionali anziché valorizzarli e gratificarli. Piuttosto, anche nell’interesse della società, dovrebbe essere fatto ogni sforzo per garantire ai migliori l’accesso agli studi, sostenendo finanziariamente quelli provenienti da famiglie povere, assicurarne gli sviluppi di carriera contro i favoritismi ed i privilegi, soprattutto se dovuti alle raccomandazioni ed alle nefaste influenze dei partiti. Perciò ai politici, sindaci compresi, non affiderei neppure la nomina dei presidenti di enti ed istituti statali o parastatali, di aziende pubbliche, di società municipalizzate o partecipate etc. Questi incarichi, piuttosto, dovrebbero essere affidati a presidenti nominati a seguito di concorsi con cui si valutino le capacità professionali dei concorrenti. Purtroppo in Italia le cose sono andate in molto molto diverso fin dagli albori della così detta prima repubblica, sono continuati nello stesso modo nella seconda e, stando alle cronache, anche il ‘governo del cambiamento’ non ha sostanzialmente cambiato nulla ma si è limitato a sostituire gli alti papaveri nominati dai governi precedenti con altri politicamente di suo gradimento. E non credo che sia difficile pensare che la partitocrazia non ha cessato di esistere e che così continuerà in futuro. Come dire che siamo alle solite: si vuole, “cambiare tutto perché tutto resti tale e quale”. Vittorio GUILLOT

19 gennaio 2019