Reddito di Cittadinanza, Pancho Villa e qualcosa d’altro

L'opinione di Vittorio Guillot

Non mi è ancora chiaro quanto verrebbe a costare alle pubbliche finanze il ‘Reddito di Cittadinanza’. Secondo gli ottimisti lo stato dovrebbe sborsare annualmente 15 miliardi di euro mentre secondo i pessimisti la cifra dovrebbe aggirarsi intorno ai 47 miliardi. A parte questo ‘insignificante’ particolare non c’è neanche accordo tra i ‘politologi’ su come potrebbe essere reperita una tale mole di quattrini senza tagliare i già tanto martoriati servizi pubblici e senza gravare con altre tasse sulle famiglie e sulle imprese già abbondantemente dissanguate e che verrebbero irrimediabilmente destinate al fallimento. Oddio, ci sarebbe senz’altro una soluzione semplicissima a questo problemuccio ed a quello che deriverebbe all’INPS se venisse abrogata la riforma Fornero senza una adeguata alternativa che copra le erogazioni pensionistiche.

La soluzione è quella inventata tanti anni fa, in Messico, da Pacho Villa: stampare tutto il denaro necessario per coprire questi costi e distribuirlo al popolo. C’è il rischio che come effetto collaterale scoppi una inflazione galoppante che ridurrebbe in cenere l’economia nazionale ma tra tante proposte strambe beccatevi anche questa. A me, in mancanza di precise indicazioni oggettive, non è neppure chiaro cosa si intenda per ‘ impegno ad accettare almeno una delle prime tre proposte di lavoro, purché siano eque e vicine al luogo di residenza ’. In particolare chiedo a chi legge se sa dirmi quali siano, secondo la proposta del M5S, ad esempio, per un laureato ’, i lavori ‘equi’ e quali no e in quanti chilometri debba consistere la vicinanza o la lontananza dal luogo di residenza.

Per quanto io non sia un esperto di scienza finanziaria, mi pare che, reddito di cittadinanza o meno, più che ad una riduzione della spesa pubblica si debba puntare all’eliminazione degli sprechi parassitari, indicati con grande precisione da Cottarelli e mai seriamente presi in considerazione. Dovrebbero, invece, essere effettuate le spese per opere pubbliche necessarie per la vita sociale. I redditi così prodotti darebbero un buon impulso ai consumi, con vantaggio per la domanda e la produzione di beni e servizi e, quindi, per la crescita economica. Credo, invece, che sia dannoso tenere in vita artificialmente le imprese che non possono stare sul mercato e che sono comunque destinate a crollare malgrado un accanimento terapeutico costosissimo per le casse pubbliche.

Ricordiamo che in ogni caso i finanziamenti divorati dal clientelismo e dall’assistenzialismo fine a se stesso sono sottratti a chi ha effettivo bisogno di solidarietà ed assistenza sociale. Piuttosto sarebbe più logico cercare di “riqualificare” i lavoratori e “riciclare” i capitali verso altre attività produttive. Certo questa non sarebbe una operazione facile ma richiederebbe una programmazione razionalmente studiata da persone competenti e direttamente responsabilizzate. A mio avviso si potrebbero ottenere risultati positivi se l’affare potesse essere tolto dalle mani dei soliti politicanti, interessati più che all’interesse generale, ai voti raccattabili, a vantaggio proprio e di partito, per mezzo del clientelismo e dell’assistenzialismo. Mi piacerebbe, piuttosto, che nella programmazione avessero un ruolo decisivo le categorie sociali, ossia gli imprenditori ed i lavoratori, che sono gli autentici artefici della economia e le prime vittime delle politiche economiche sbagliate.

Credo, addirittura, che per far ben funzionare le imprese sarebbe necessario legare le attività dei lavoratori alla vita delle ditte facendoli partecipare alla gestione ed agli utili in proporzione al loro contributo alla produzione. In tal modo, anche se le dinamiche economiche potrebbero richiedere che i ‘consigli aziendali’ decidano l’incremento o la riduzione del personale, si eliminerebbero gli effetti più deleteri del precariato ‘istituzionalizzato’ dal job act. Applicherei questa ‘ricetta’ a tutte le imprese di dimensione superiore a quella artigiana. Sono forse troppo ottimista se penso che la partecipazione dei lavoratori alla gestione ed agli utili delle aziende a cui è legato il loro pane quotidiano le renderebbe più produttive ed efficienti e che questa condizione attirerebbe maggiori investimenti di capitali che le farebbero essere più forti e competitive? Personalmente sarei curioso di sapere se i lettori preferiscono questa soluzione dei problemi economici o, invece, se prediligono l’assistenzialismo, in qualsiasi modo esso sia proposto o mascherato.

Vittorio Guillot, 22 marzo 2018