Per un paio d’euro

Ostentiamo il lusso, risparmiando sul quotidiano. Cinici ed egoisti, intasiamo i centri commerciali a caccia di “affari”, mentre i piccoli commercianti chiudono silenziosamente e la città si svuota.

Quando conobbi Francesco, era appena tornato dalla Germania. Mi disse che in quei dieci anni, trascorsi lì, aveva lavorato come un pazzo per mettere da parte qualche soldo. Ora che ci era riuscito, voleva provare a fare qualcosa qui. Non nel suo paesello, giù nel Campidano, ma Ad Alghero; nella città della sua futura moglie. Si erano conosciuti proprio in Germania, nello stesso ristorante in cui lavoravano. Uno faceva le pizze, l’altra le portava ai tavoli. Ora però volevano cambiare: vita e lavoro. Mi parlò di voler aprire un negozio in franchising; e, francamente, visti i tempi, non mi sembrò una grande idea. Cercai di dissuaderlo, dunque, ma solo per capire se era veramente determinato a farlo. Ed in effetti lo era. Tra l’altro, sapeva che anch’io, tempo addietro, avevo gestito un punto vendita col sistema del franchising e mi chiese qualche consiglio. Lo feci volentieri e lo vidi ancora qualche volta, nei mesi successivi. Poi, ci perdemmo di vista.

Qualche giorno fa, parlando con una persona del suo stesso paese d’origine, un comune di nemmeno mille abitanti, mi venne spontaneo dirgli che qui ad Alghero avevamo un suo compaesano. E così gli raccontai di Francesco. Mai e poi mai, però, avrei potuto immaginare che quel signore che stava davanti a me, fosse proprio lo zio di quel ragazzo da me già conosciuto. La sua espressione cambiò improvvisamente. Il sorriso cordiale sparì dal suo viso e lo sguardo si abbassò, per nascondere una sensazione di evidente disagio. Che io comunque percepii, anche se non sapevo capirne le ragioni. Gli spiegai, allora, che lo avevo conosciuto poco, ma che gli avevo voluto bene e se gli era accaduto qualcosa di brutto, avrei voluto saperlo. «Posso offrirti un caffè?» Mi chiese e alla mia risposta affermativa aggiunse «Francesco è dovuto andar via. Ora ti spiego…»

Fu così che appresi che per aprire il negozio Francesco aveva dovuto chiedere un prestito alla banca. Una somma che gli venne concessa dietro garanzia dei suoi genitori; oltre che sua. Lui aveva solo i risparmi accumulati in Germania e li usò tutti per impiantare l’attività. Ma la banca voleva garanzie solide: case o terreni. Il padre, mise di buon grado i suoi beni a disposizione e senza sapere esattamente cosa, firmò una fidejussione, con la quale si impegnava a rispondere, col suo intero patrimonio, la casa di famiglia e la vigna, nel caso il figlio non avesse potuto pagare. Il negozio venne dunque aperto, ma Francesco scoprì molto presto e amaramente che gli incassi non bastavano a coprire spese e tasse. Che molti clienti preferivano prendere la macchina e andare a Sassari. Che altri andavano da lui a visionare la merce e poi se la ordinavano su internet. Che il Franchising pensava solo ad incassare le sue competenze senza dargli il minimo aiuto. Che Il prestito della banca, infine, era semplicemente un “fido”. Cioè uno “scoperto” di conto corrente che, al primo stormir di foglie, gli venne chiesto di coprire da un giorno all’altro.

Il finale, purtroppo, si può immaginare facilmente. Come nelle peggiori tragedie, il ragazzo ha chiuso l’attività dopo nemmeno un anno. La banca, gli ha portato via tutto quello che ha potuto e in più, ha pignorato la casa e la vigna del padre. Dopodiché Francesco perseguitato dai creditori e dai rimorsi si è ammalato. E due anni di cura da uno psicoterapeuta, non sono bastati per stare meglio. Così Alessia, la moglie, lo ha convinto a partire in Argentina. Per ricominciare una nuova vita, lontano da tutto. Ora, non sappiamo altro di lui, se non che la sua storia deve insegnarci qualcosa. A iniziare dalle banche, che dovrebbero fare meglio il loro mestiere; per continuare con chi si appresta ad aprire una qualsiasi attività, che dovrebbe metterci maggiore attenzione; per finire a tutti noi. Perché, troppe volte ci lamentiamo che “ad Alghero non si trova più nulla”, dimenticando, però, che questa situazione è soltanto il risultato dei nostri comportamenti quotidiani.

Viene definito “cinismo commerciale”. E’ quello che ci permette di comprare beni a basso costo, su internet, come nei grandi centri commerciali, senza chiederci come possono costare così poco. O che ci consente di andare in un negozio locale per visionare un prodotto, per poi uscire, prendere in mano lo smartphone e ordinarlo su “Amazon” o chi per lui. E magari, soltanto, per un paio di euro in meno. Quegli stessi euro che poi “buttiamo via”, senza sapere né dove né come. O che, ancor di più, accumuliamo per poterci permettere una serata, o qualcosa di “speciale”; di quelle da ostentare e condividere sui social. Non voglio e non posso dimenticare, per finire, che sempre con lo stesso pretesto, cioè “per un paio di euro in meno”, non esitiamo a prendere la macchina per fare settanta chilometri; tra andata e ritorno. Consumando benzina, tempo e un pezzetto della nostra città. Certo, ognuno è libero di fare come vuole, ma almeno non fingiamo di meravigliarci o dispiacerci, quando sentiamo queste storie e, soprattutto, smettiamo di lamentarci se ad Alghero “non ci sono più negozi” e “sembra una città morta”.

Antonello Bombagi, 30 novembre 2016