La Casa del Caffè

Egregio dott. Josef, mi chiamo Michele, sono un giovane di 25 anni laureando in giornalismo come lei, auspicandomi di avere il suo talento e la sua genuina ironia.

Egregio dott. Josef, mi chiamo Michele, sono un giovane di 25 anni laureando in giornalismo come lei, auspicandomi di avere il suo talento e la sua genuina ironia. Le scrivo per avere ragguagli su di un bar chiamato Ccasa del caffè, che ha detta di mio nonno, ( ex militare che ieri ha compiuto 90 anni), negli anni 50 era un famoso dancing dove si ballava di pomeriggio, infatti, sempre a suo dire lo chiamavano the danzante, e lui mi racconta che le più belle signorine in cerca di marito e non, si divertivano da matti. Io ho avuto modo di conoscerlo come un normale bar dove la sua notorietà dipendeva dal fatto che da lì partiva il tram per le diverse destinazioni. Mi piacerebbe dottore che lei dall’alto della sua conoscenza e competenza mi illuminasse su questo famoso tè danzante, grazie. Michele.

Caro giovane amico e futuro collega, dalle poche righe che scrivi noto in te una geniale inclinazione a sapere, conoscere e poi trasmettere al pubblico le tue considerazioni. Infatti il fatto che tu sia curioso fa già di te un giornalista, a differenza dei curiosi normali che diventeranno, come si suol dire in Ciutad, panateris. Quando alla fine degli anni cinquanta io andavo alle elementari ricordo che abitando alle conce, esattamente sopra la odierna pizzeria a fianco dell’allora asilo Magnanelli, attuale sede della facoltà di architettura, ricordo che nel palazzo di fronte abitava un signore che aveva una figlia unica ed era fidanzata con un impiegato del comune, questo bravuomo mi dava 100 lire per accompagnare la sera la coppia che usciva per andare a ballare al tè danzante della Casa del Caffè.

Io da buon giovane timorato di Dio (a quei tempi facevo il chierichetto alla chiesa del’asilo, il sacerdote era il grande Don Giglio) accompagnavo i giovani e nel buio dei giardini permettevo anche che si baciassero, ma senza lingua, lui allora mi allungava 50 lire per fare finta di non vedere. Quando dopo un’ ora di ballo la coppia decideva di uscire dal locale per andare a sedersi al buio dei giardini, lui mi dava 200 lire affinché io sparissi per un’ oretta. Io essendo buono di cuore accettavo l’offerta e poi alla ora stabilita rientravamo tutti e tre felici a casa della fidanzata. Ricordo che per noi bambini vedere dal di fuori tutta la meglio gioventù della riviera era uno spettacolo bellissimo e fantasticavamo per quando anche noi avessimo potuto entrare in quel bellissimo locale. Poi a metà anni 60 il tutto finì in quanto nacquero le prime discoteche tipo ilCalabona ed il Man-Pea.La Casa del Caffè continuò a funzionare benissimo come bar e sala di biliardo e ping-pong,  dove anche io studentello mi cimentavo e portavo le mie prime fidanzatine a prendere il gelato. Nel corso degli anni il nome Casa del Caffè era sempre alla bocca di tutti sia per il bar che per la fermata dei mezzi pubblici. Ultimamente vedo che è chiuso e questo mi duole assai perché quel locale è stato per me e centinaia di altri giovani il rifugio della nostra gioventù.

Vedi caro Michele, tuo nonno ha ben ragione di ricordare con affetto e simpatia quel locale perché era il simbolo di una società sana e con tanta voglia di vivere, erano i favolosi anni 60 dove ancora da parte di tutti c’era un sano pudore, vedere dal di fuori le coppie che ballavano con una passione innocente, sguardi e piccole carezze furtive, questo dava la percezione che il desiderio era passione, al contrario di oggi che le ragazzine si concedono anche nei bagni delle scuole per una ricarica telefonica, perdendo il piacere del desiderio dell’amore, fatto di attesa e speranza di poter godere della bellezza del sesso genuino, fatto per attrazione. In quegli anni anche la politica, la finanza, gli imprenditori e tutto l’ambiente era sano e genuino, al contrario di oggi che ci troviamo noi poveri cittadini indifesi a fronteggiare ladrocini spudorati da parte di politici, banche e quant’ altro. Io assieme a tuo nonno e ai milioni di Italiani onesti subiamo questi anni folli, ed allora, non una, ma cento, mille Case del caffè, a simbolo di una società sana. Mentre si ricordino i ladri in giacca e cravatta, onorevoli o non, che per le loro nefandezze manitù quando sarà il loro turno non sono sicuro che nelle secche praterie dove marciranno avranno la possibilità di un buon caffè della Casa.

Giuseppe Angioi, 27 aprile 2017